VIAGGIO
APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ
FRANCESCO
IN
LITUANIA,
LETTONIA
ED
ESTONIA
Sabato 22 Settembre Lunedì 24 Settembre Martedì 25 Settembre
Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")
| 22-25 Settembre 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Lituania, Lettonia ed Estonia... | |||||
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| Santa Messa | Angelus | ||||
| Pranzo con i Vescovi | Incontro con Sacerdoti, Religiosi, Consacrati, Seminaristi | ||||
| Preghiera nel "Museo delle Occupazioni e Lotte per la Libertà" | Parole dalla Finestra della "Nunziatura" di Vilnius | ||||
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SANTA MESSAOMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Parco Santakos a Kaunas (Lituania)
Domenica, 23 settembre 2018
San Marco dedica tutta una parte del suo Vangelo all’insegnamento rivolto ai discepoli! È come se Gesù, a metà del cammino verso Gerusalemme, volesse che i suoi rinnovassero la loro scelta, sapendo che questa sequela avrebbe comportato momenti di prova e di dolore. L’evangelista racconta quel periodo della vita di Gesù ricordando che in tre occasioni Egli ha annunciato la sua passione; essi per tre volte hanno espresso il loro sconcerto e la loro resistenza, e il Signore in tutte e tre ha voluto lasciare loro un insegnamento. Abbiamo appena ascoltato la seconda di queste tre sequenze (cfr. Mc 9,30-37)!
La vita cristiana attraversa sempre momenti di croce, e talvolta sembrano interminabili. Le generazioni passate avranno avuto impresso a fuoco il tempo dell’occupazione, l’angoscia di quelli che venivano deportati, l’incertezza per quelli che non tornavano, la vergogna della delazione, del tradimento. Il "Libro della Sapienza" ci parla del giusto perseguitato, che subisce oltraggi e tormenti per il solo fatto di essere buono (cfr. Sap 2,10-20). Quanti di voi potrebbero raccontare in prima persona, o nella storia di qualche parente, questo stesso passo che abbiamo letto. Quanti di voi hanno visto anche vacillare la loro fede perché non è apparso Dio per difendervi; perché il fatto di rimanere fedeli non è bastato perché Egli intervenisse nella vostra storia. Kaunas conosce questa realtà; la Lituania intera lo può testimoniare con un brivido al solo nominare la Siberia, o i ghetti di Vilnius e di Kaunas, tra gli altri; e può dire all’unisono con l’apostolo Giacomo, nel brano della sua Lettera che abbiamo ascoltato: bramano, uccidono, invidiano, combattono e fanno guerra (cfr. Sap 4,2).
Ma i discepoli non volevano che Gesù parlasse loro di dolore e di croce; non vogliono sapere nulla di prove e di angosce. E San Marco ricorda che erano interessati ad altre cose, che tornavano a casa discutendo su chi fosse il più grande. Fratelli, il desiderio di potere e di gloria è il modo più comune di comportarsi di coloro che non riescono a guarire la memoria della loro storia e, forse proprio per questo, non accettano nemmeno di impegnarsi nel lavoro del presente. E allora si discute su chi ha brillato di più, chi è stato più puro nel passato, chi ha più diritto ad avere privilegi rispetto agli altri. E così neghiamo la nostra storia, «che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso» (Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 96). È un atteggiamento sterile e vano, che rinuncia a coinvolgersi nella costruzione del presente perdendo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele. Non possiamo essere come quegli "esperti" spirituali, che giudicano solo dall’esterno e passano tutto il tempo a parlare di "quello che si dovrebbe fare" (cfr. "Ibid.").
Gesù, sapendo quello che pensavano, propone loro un antidoto a queste lotte di potere e al rifiuto del sacrificio; e, per dare solennità a quello che sta per dire, si siede come un Maestro, li chiama, e compie un gesto: mette un bambino al centro; un ragazzino che di solito si guadagnava gli spiccioli facendo le commissioni che nessuno voleva fare. Chi metterà in mezzo oggi, qui, in questa mattina di domenica? Chi saranno i più piccoli, i più poveri tra noi, che dobbiamo accogliere a cent’anni della nostra indipendenza? Chi è che non ha nulla per ricambiarci, per rendere gratificanti i nostri sforzi e le nostre rinunce? Forse sono le minoranze etniche della nostra città, o quei disoccupati che sono costretti a emigrare. Forse sono gli anziani soli, o i giovani che non trovano un senso nella vita perché hanno perso le loro radici. "In mezzo" significa equidistante, in modo che nessuno possa fingere di non vedere, nessuno possa sostenere che "è responsabilità di altri", perché "io non ho visto" o "sono troppo lontano". Senza protagonismi, senza voler essere applauditi o i primi.
Là, nella città di Vilnius, è toccato al fiume Vilnia offrire le sue acque e perdere il nome rispetto al Neris; qui, è lo stesso Neris che perde il nome offrendo le sue acque al Nemunas. Di questo si tratta: di essere una Chiesa "in uscita", di non aver paura di uscire e spenderci anche quando sembra che ci dissolviamo, di perderci dietro i più piccoli, i dimenticati, quelli che vivono nelle periferie esistenziali. Ma sapendo che quell’uscire comporterà anche in certi casi un fermare il passo, mettere da parte le ansie e le urgenze, per saper guardare negli occhi, ascoltare e accompagnare chi è rimasto sul bordo della strada. A volte bisognerà comportarsi come il padre del figlio prodigo, che rimane sulla porta aspettando il suo ritorno, per aprirgli appena arriva (cfr. "Ibid.", 46); oppure come i discepoli, che devono imparare che, quando si accoglie un piccolo, è lo stesso Gesù che si accoglie.
Perché per questo oggi siamo qui, ansiosi di accogliere Gesù nella sua parola, nell’Eucaristia, nei piccoli! Accoglierlo affinché Egli riconcili la nostra memoria e ci accompagni in un presente che continui ad appassionarci per le sue sfide, per i segni che ci lascia; affinché lo seguiamo come discepoli, perché non c’è nulla di veramente umano che non abbia risonanza nel cuore dei discepoli di Cristo, e così sentiamo come nostre le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e dei sofferenti (cfr. "Concilio Ecumenico Vaticano II", Costituzione Pastorale "Gaudium et spes", 1). Per questo, e perché come comunità ci sentiamo veramente e intimamente solidali con l’umanità – di questa città e di tutta la Lituania – e con la sua storia (cfr. "Ibid."), vogliamo donare la vita nel servizio e nella gioia, e così far sapere a tutti che Gesù Cristo è la nostra unica speranza!
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PAPA FRANCESCOANGELUS
Parco Santakos a Kaunas (Lituania)
Domenica, 23 settembre 2018
Cari Fratelli e Sorelle!
Il "Libro della Sapienza", che abbiamo ascoltato nella "Prima Lettura", ci parla del giusto perseguitato, di colui la cui sola presenza dà fastidio agli empi. L’empio viene descritto come quello che opprime il povero, non ha compassione della vedova né rispetta l’anziano (cfr. Sap 2,17-20). L’empio ha la pretesa di pensare che la sua forza è la norma della giustizia. Sottomettere i più fragili, usare la forza in una qualsiasi forma, imporre un modo di pensare, un’ideologia, un discorso dominante, usare la violenza o la repressione per piegare quanti semplicemente, con il loro quotidiano agire onesto, semplice, operoso e solidale, manifestano che un altro mondo, un’altra società è possibile. All’empio non basta fare quello che gli pare, lasciarsi guidare dai suoi capricci; non vuole che gli altri, facendo il bene, mettano in risalto questo suo modo di fare. Nell’empio, il male cerca sempre di annientare il bene.
Settantacinque anni fa, questa Nazione assisteva alla definitiva distruzione del Ghetto di Vilnius; così culminava l’annientamento di migliaia di ebrei che era già iniziato due anni prima. Come si legge nel "Libro della Sapienza", il popolo ebreo passò attraverso oltraggi e tormenti. Facciamo memoria di quei tempi, e chiediamo al Signore che ci faccia dono del discernimento per scoprire in tempo qualsiasi nuovo germe di quell’atteggiamento pernicioso, di qualsiasi aria che atrofizza il cuore delle generazioni che non l’hanno sperimentato e che potrebbero correre dietro quei canti di sirena.
Gesù nel Vangelo ci ricorda una tentazione sulla quale dovremo vigilare con attenzione: l’ansia di essere i primi, di primeggiare sugli altri, che può annidarsi in ogni cuore umano. Quante volte è accaduto che un popolo si creda superiore, con più diritti acquisiti, con maggiori privilegi da preservare o conquistare. Qual è il rimedio che propone Gesù quando appare tale pulsione nel nostro cuore e nella mentalità di una società o di un Paese? Farsi l’ultimo di tutti e il servo di tutti; stare là dove nessuno vuole andare, dove non arriva nulla, nella periferia più distante; e servire, creando spazi di incontro con gli ultimi, con gli scartati. Se il potere si decidesse per questo, se permettessimo al Vangelo di Cristo di giungere nel profondo della nostra vita, allora la globalizzazione della solidarietà sarebbe davvero una realtà. «Mentre nel mondo, specialmente in alcuni Paesi, riappaiono diverse forme di guerre e scontri, noi cristiani insistiamo nella proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci "a portare i pesi gli uni degli altri" (Gal 6,2)» (Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 67).
Qui in Lituania c’è una collina delle croci, dove migliaia di persone, lungo i secoli, hanno piantato il segno della croce. Vi invito, mentre preghiamo l’Angelus, a chiedere a Maria che ci aiuti a piantare la croce del nostro servizio, della nostra dedizione lì dove hanno bisogno di noi, sulla collina dove abitano gli ultimi, dove si richiede la delicata attenzione agli esclusi, alle minoranze, per allontanare dai nostri ambienti e dalle nostre culture la possibilità di annientare l’altro, di emarginare, di continuare a scartare chi ci dà fastidio e disturba le nostre comodità.
Gesù mette al centro un piccolo, lo mette alla medesima distanza da tutti, perché tutti ci sentiamo provocati a dare una risposta! Facendo memoria del "sì" di Maria, chiediamole che renda il nostro "sì" generoso e fecondo come il suo!
"Angelus Domini...".
Dopo l’Angelus...
Cari Fratelli e Sorelle,
desidero cogliere questa occasione per ringraziare la Signora Presidente della Repubblica e le altre Autorità della Lituania, come pure i Vescovi e i loro collaboratori, per la preparazione di questa mia visita; ed estendo la mia gratitudine a tutti coloro che in molti modi hanno dato il loro contributo, anche con la preghiera!
Un pensiero speciale riservo in questi giorni alla Comunità Ebraica! Questo pomeriggio pregherò davanti al Monumento delle Vittime del Ghetto a Vilnius, nel "75° Anniversario" della sua distruzione. L’Altissimo benedica il dialogo e il comune impegno per la giustizia e la pace!
Buona Domenica! Buon pranzo! – "Gražaus sekmadienio! Skaniu pietu!".
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INCONTRO CON SACERDOTI, RELIGIOSI E RELIGIOSE,DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Cattedrale dei SS. Pietro e Paolo a
Kaunas (Lituania)
Domenica, 23 settembre 2018
Cari Fratelli e Sorelle,
Buon Pomeriggio!
Prima di tutto, vorrei dire un sentimento che provo! Guardando voi, vedo dietro di voi tanti martiri. Martiri anonimi, nel senso che neppure sappiamo dove sono stati sepolti. Anche qualcuno di voi: ho salutato uno che ha saputo che cos’era la prigione. Mi viene in mente una parola per incominciare: "non dimenticatevi, abbiate memoria". Siete figli di martiri, questa è la vostra forza. E lo spirito del mondo non venga a dirvi qualche altra cosa diversa da quella che hanno vissuto i vostri antenati. Ricordate i vostri martiri e prendete esempio da loro: non avevano paura. Parlando con i Vescovi, i vostri Vescovi, oggi, dicevano: "Come si può fare per introdurre la causa di beatificazione per tanti dei quali non abbiamo documenti, ma sappiamo che sono martiri?". È una consolazione, è bello sentire questo: la preoccupazione per coloro che ci hanno dato testimonianza. Sono dei santi.
Il Vescovo [Linas Vodopjanovas, "O.F.M.", incaricato per la vita consacrata...] ha parlato senza sfumature – i Francescani parlano così – : "Oggi spesso, in vari modi, viene messa alla prova la nostra fede", ha detto. Lui non pensava alle persecuzioni dei dittatori, no. "Dopo aver risposto alla chiamata della vocazione spesso non proviamo più gioia né nella preghiera né nella vita comunitaria".
Lo spirito della secolarizzazione, della noia per tutto quello che tocca la comunità è la tentazione della seconda generazione. I nostri padri hanno lottato, hanno sofferto, sono stati carcerati e forse noi non abbiamo la forza di andare avanti. Tenete conto di questo!
La "Lettera agli Ebrei" fa un’esortazione: "Non dimenticatevi dei primi giorni. Non dimenticatevi dei vostri antenati" (cfr. Eb 10,32-39). Questa è l’esortazione che all’inizio rivolgo a voi.
Tutta la visita al vostro Paese è stata incorniciata in questa espressione: "Cristo Gesù, nostra speranza". Ormai quasi al termine di questo giorno, troviamo un testo dell’apostolo Paolo che ci invita a sperare con costanza. E questo invito lo fa dopo averci annunciato il sogno di Dio per ogni essere umano, di più, per tutto il creato: cioè che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28); «raddrizza» tutte le cose, sarebbe la traduzione letterale.
Oggi vorrei condividere con voi alcuni tratti caratteristici di questa speranza; tratti che noi – sacerdoti, seminaristi, consacrati e consacrate – siamo chiamati a vivere.
Anzitutto, prima di invitarci alla speranza, Paolo ha ripetuto tre volte la parola "gemere": geme la creazione, gemono gli uomini, geme lo Spirito in noi (cfr. Rm 8,22-23.26). Si geme per la schiavitù della corruzione, per l’anelito alla pienezza. E oggi ci farà bene domandarci se quel gemito è presente in noi, o se invece nulla più grida nella nostra carne, nulla anela al Dio vivente. Come diceva il vostro Vescovo: "Non proviamo più la gioia nella preghiera, nella vita comunitaria". Il bramito della cerva assetata davanti alla carenza di acqua dovrebbe essere il nostro nella ricerca della profondità, della verità, della bellezza di Dio. Cari, noi non siamo "funzionari di Dio"! Forse la società del benessere ci ha resi troppo sazi, pieni di servizi e di beni, e ci ritroviamo appesantiti di tutto e pieni di nulla; forse ci ha resi storditi o dissipati, ma non pieni. Peggio ancora: a volte non sentiamo più la fame. Siamo noi, uomini e donne di speciale consacrazione, coloro che non possono mai permettersi di perdere quel gemito, quell’inquietudine del cuore che solo nel Signore trova riposo (cfr. S. Agostino, "Confessioni", I,1,1). L’inquietudine del cuore. Nessuna informazione immediata, nessuna comunicazione virtuale istantanea può privarci dei tempi concreti, prolungati, per conquistare – di questo si tratta, di uno sforzo costante – per conquistare un dialogo quotidiano con il Signore attraverso la preghiera e l’adorazione. Si tratta di coltivare il nostro desiderio di Dio, come scriveva san Giovanni della Croce. Diceva così: «Sia assiduo all’orazione senza tralasciarla neppure in mezzo alle occupazioni esteriori. Sia che mangi o beva, sia che parli o tratti con i secolari o faccia qualche altra cosa, desideri sempre Dio tenendo in Lui l’affetto del cuore» ("Consigli per raggiungere la perfezione", 9).
Questo gemito deriva anche dalla contemplazione del mondo degli uomini, è un appello alla pienezza di fronte ai bisogni insoddisfatti dei nostri fratelli più poveri, davanti alla mancanza di senso della vita dei più giovani, alla solitudine degli anziani, ai soprusi contro l'ambiente. È un gemito che cerca di organizzarsi per incidere sugli eventi di una nazione, di una città; non come pressione o esercizio di potere, ma come servizio. Il grido del nostro popolo ci deve colpire, come Mosè, al quale Dio rivelò la sofferenza del suo popolo nell’incontro presso il roveto ardente (cfr. Es 3,9). Ascoltare la voce di Dio nella preghiera ci fa vedere, ci fa udire, conoscere il dolore degli altri per poterli liberare. Ma altrettanto dobbiamo essere colpiti quando il nostro popolo ha smesso di gemere, ha smesso di cercare l'acqua che estingue la sete. È un momento anche per discernere che cosa stia anestetizzando la voce della nostra gente.
Il grido che ci fa cercare Dio nella preghiera e nell’adorazione è lo stesso che ci fa ascoltare il lamento dei nostri fratelli. Loro "sperano" in noi e abbiamo bisogno, a partire da un attento discernimento, di organizzarci, programmare ed essere audaci e creativi nel nostro apostolato. Che la nostra presenza non sia lasciata all’improvvisazione, ma risponda ai bisogni del popolo di Dio e sia quindi fermento nella massa (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 33).
Ma l’Apostolo parla anche di costanza, costanza nella sofferenza, costanza nel perseverare nel bene. Questo significa essere centrati in Dio, rimanere fermamente radicati in Lui, essere fedeli al suo amore.
Voi, i più anziani di età – come non menzionare Mons. Sigitas Tamkevicius? – sapete testimoniare questa costanza nel patire, questo "sperare contro ogni speranza" (cfr. Rm 4,18). La violenza usata su di voi per aver difeso la libertà civile e religiosa, la violenza della diffamazione, il carcere e la deportazione non hanno potuto vincere la vostra fede in Gesù Cristo, Signore della storia. Per questo, avete molto da dirci e insegnarci, e anche molto da proporre, senza dover giudicare l’apparente debolezza dei più giovani. E voi, più giovani, quando davanti alle piccole frustrazioni che vi scoraggiano tendete a chiudervi in voi stessi, a ricorrere a comportamenti ed evasioni che non sono coerenti con la vostra consacrazione, cercate le vostre radici e guardate la strada percorsa dagli anziani. Vedo che ci sono giovani qui. Ripeto, perché ci sono dei giovani. E voi, più giovani, quando davanti alle piccole frustrazioni che vi scoraggiano tendete a chiudervi in voi stessi, a ricorrere a comportamenti ed evasioni che non sono coerenti con la vostra consacrazione, cercate le vostre radici e guardate la strada percorsa dagli anziani. È meglio che prendiate un’altra strada piuttosto che vivere nella mediocrità. Questo per i giovani. Siete ancora in tempo, e la porta è aperta. Sono proprio le tribolazioni a delineare i tratti distintivi della speranza cristiana, perché quando è solo una speranza umana possiamo frustrarci e schiacciarci nel fallimento; ma non accade lo stesso con la speranza cristiana: essa esce più limpida, più provata dal crogiolo delle tribolazioni.
È vero che questi sono altri tempi e viviamo in altre strutture, ma è anche vero che questi consigli vengono meglio assimilati quando coloro che hanno vissuto quelle dure esperienze non si chiudono, ma le condividono approfittando dei momenti comuni. Le loro storie non sono piene di nostalgie di tempi passati presentati come migliori, né di accuse dissimulate verso quanti hanno strutture affettive più fragili. La provvista di costanza di una comunità di discepoli è efficace quando sa integrare – come quello scriba del Vangelo – il nuovo e il vecchio (cfr. Mt 13,52), quando è consapevole che la storia vissuta è radice affinché l’albero possa fiorire.
Infine, guardare a Cristo Gesù come nostra speranza significa "identificarci con Lui, partecipare comunitariamente al suo destino". Per l’Apostolo Paolo, la salvezza sperata non si limita a un aspetto negativo – liberazione da una tribolazione interna o esterna, temporale o escatologica – ma l’accento è posto su qualcosa di altamente positivo: la partecipazione alla vita gloriosa di Cristo (cfr. 1 Ts 5,9-10), la partecipazione al suo Regno glorioso (cfr. 2 Tm 4,18), la redenzione del corpo (cfr. Rm 8,23-24). Dunque, si tratta di intravedere il mistero del progetto unico e irripetibile che Dio ha per ognuno, per ognuno di noi. Perché non c’è nessuno che ci conosca e ci abbia conosciuto tanto profondamente come Dio, perciò Egli ci ha destinati a qualcosa che sembra impossibile: scommette senza possibilità di errore che noi riproduciamo l’immagine di suo Figlio. Egli ha riposto le sue aspettative in noi, e noi speriamo in Lui.
Noi: un "noi" che integra, ma anche supera ed eccede l’"io"; il Signore ci chiama, ci giustifica e ci glorifica insieme, così insieme da includere tutta la creazione. Molte volte abbiamo posto così tanto l’accento sulla responsabilità personale che la dimensione comunitaria è diventata uno sfondo, solo un ornamento. Ma lo Spirito Santo ci riunisce, riconcilia le nostre differenze e genera nuovi dinamismi per dare impulso alla missione della Chiesa (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 131; 235).
Questo tempio in cui ci siamo radunati, è intitolato ai Santi Pietro e Paolo. Entrambi gli Apostoli furono consapevoli del tesoro che era stato loro dato, entrambi, in momenti e modi diversi, furono invitati a "prendere il largo" (cfr. Lc 5,4). Sulla barca della Chiesa ci siamo tutti, cercando sempre di "gridare" a Dio, di "essere costanti" in mezzo alle tribolazioni e di avere Cristo Gesù come "oggetto della nostra speranza". E questa barca, riconosce al centro della propria missione l’annuncio di quella gloria sperata, che è la presenza di Dio in mezzo al suo popolo, in Cristo Risorto, e che un giorno, atteso con ansia da tutta la creazione, si manifesterà nei figli di Dio. Questa è la sfida che ci spinge: il mandato di evangelizzare. È la ragione della nostra speranza e della nostra gioia.
Quante volte troviamo sacerdoti, consacrati e consacrate, tristi. La "tristezza spirituale" è una malattia. Tristi perché non sanno... Tristi perché non trovano l’amore, perché non sono innamorati: innamorati del Signore. Hanno lasciato da parte una vita di matrimonio, di famiglia, e hanno voluto seguire il Signore. Ma adesso sembra che si siano stancati... E scende la tristezza. Per favore, quando voi vi troverete tristi, fermatevi. E cercate un prete saggio, una suora saggia. Non saggi perché siano laureati all’università, no, non per quello. Saggio o saggia perché è stato capace o è stata capace di andare avanti nell’amore. Andate a chiedere consiglio. Quando incomincia quella tristezza, possiamo profetizzare che se non è guarita in tempo farà di voi "zitelloni" e "zitellone", uomini e donne che non sono fecondi. E di questa tristezza abbiate paura! La semina il diavolo.
E oggi quel mare in cui "prendere il largo" saranno gli scenari e le sfide sempre nuove di questa Chiesa in uscita. Dobbiamo domandarci nuovamente: che cosa ci chiede il Signore? Quali sono le periferie che più hanno bisogno della nostra presenza per portare ad esse la luce del Vangelo? (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 20).
Altrimenti, se voi non avete la gioia della vocazione, chi potrà credere che Gesù Cristo è la nostra speranza? Solo il nostro esempio di vita darà ragione della nostra speranza in Lui.
C’è un’altra cosa che si collega con la tristezza: confondere la vocazione con un’impresa, con una ditta di lavoro. "Io mi impiego in questo, lavoro in questo, mi entusiasmo con questo..., e sono felice perché ho questo". Ma domani, viene un vescovo, un altro o lo stesso, o viene un altro superiore, superiora, e ti dice: "No, taglia questo e va da quella parte". È il momento della sconfitta. Perché? Perché, in quel momento, ti accorgerai di essere andato per una strada equivoca. Ti accorgerai che il Signore, che ti ha chiamato per amare, è deluso da te, perché tu hai preferito fare l’affarista. All’inizio vi ho detto che la vita di chi segue Gesù non è la vita di funzionario o funzionaria: è la vita dell’amore del Signore e dello zelo apostolico per la gente. Farò una caricatura: cosa fa un prete funzionario? Ha il suo orario, il suo ufficio, apre l’ufficio a quell’ora, fa il suo lavoro, chiude l’ufficio... E la gente è fuori. Non si avvicina alla gente. Cari Fratelli e Sorelle, se voi non volete essere dei funzionari, vi dirò una parola: "vicinanza"! Vicinanza, prossimità. Vicinanza al Tabernacolo, a tu per tu con il Signore. E vicinanza alla gente. "Ma, padre, la gente non viene...". Vai a trovarla! "Ma, i ragazzi oggi non vengono...". Inventa qualcosa: l’oratorio, per seguirli, per aiutarli. Vicinanza con la gente. E vicinanza con il Signore nel Tabernacolo. Il Signore vi vuole pastori di popolo, e non chierici di Stato! Dopo dirò qualcosa alle suore, ma dopo...
Vicinanza vuol dire misericordia. In questa terra dove Gesù si è rivelato come Gesù misericordioso, un sacerdote non può non essere misericordioso. Soprattutto nel confessionale. Pensate a come Gesù accoglierebbe questa persona [che viene a confessarsi...]. Già abbastanza lo ha bastonato la vita, quel poveraccio! Fagli sentire l’abbraccio del Padre che perdona. Se non puoi dargli l’assoluzione, per esempio, dagli la consolazione del fratello, del padre. Incoraggialo ad andare avanti. Convincilo che Dio perdona tutto. Ma questo col calore di padre. Mai cacciare qualcuno dal confessionale! Mai cacciare via. "Guarda, tu non puoi... Adesso non posso, ma Dio ti ama, tu prega, ritorna e parleremo...". Così. Vicinanza. Questo è essere padre. A te non importa di quel peccatore, che lo cacci via così? Non sto parlando di voi, perché non vi conosco. Parlo di altre realtà. E misericordia. Il confessionale non è lo studio di uno psichiatra. Il confessionale non è per scavare nel cuore della gente.
E per questo, cari sacerdoti, vicinanza per voi significa anche avere viscere di misericordia. E le viscere di misericordia, sapete dove si prendono? Lì, al Tabernacolo.
E voi, care suore... Tante volte si vedono suore che sono brave – tutte le suore sono brave – , ma che chiacchierano, chiacchierano, chiacchierano... Domandate a quella che è al primo posto dall’altra parte – la penultima – se nel carcere aveva tempo di chiacchierare, mentre cuciva i guanti. Domandatele. Per favore, siate madri! Siate madri, perché voi siete icona della Chiesa e della Madonna. E ogni persona che vi vede, possa vedere la mamma Chiesa e la mamma Maria. Non dimenticate questo. E la mamma Chiesa non è "zitellona". La mamma Chiesa non chiacchiera: ama, serve, fa crescere. La vostra vicinanza è essere madre: icona della Chiesa e icona della Madonna.
Vicinanza al Tabernacolo e alla preghiera. Quella sete dell’anima di cui ho parlato, e con gli altri. Servizio sacerdotale e vita consacrata non da funzionari, ma di padri e madri di misericordia. E se voi fate così, da vecchi avrete un sorriso bellissimo e degli occhi brillanti! Perché avrete l’anima piena di tenerezza, di mitezza, di misericordia, di amore, di paternità e maternità.
E pregate per questo povero vescovo! Grazie!
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VISITA NEL MUSEOPREGHIERA DEL SANTO PADRE
Vilnius (Lituania)
Domenica, 23 settembre 2018
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,47).
Il tuo grido, Signore, non cessa di risuonare, e riecheggia tra queste mura che ricordano le sofferenze vissute da tanti figli di questo popolo! Lituani e provenienti da diverse nazioni hanno sofferto nella loro carne il delirio di onnipotenza di quelli che pretendevano di controllare tutto!
Nel tuo grido, Signore, trova eco il grido dell’innocente che si unisce alla tua voce e si leva verso il cielo. È il Venerdì Santo del dolore e dell’amarezza, della desolazione e dell’impotenza, della crudeltà e del non senso che ha vissuto questo popolo lituano di fronte all’ambizione sfrenata che indurisce e acceca il cuore.
In questo luogo della memoria, ti imploriamo, Signore, che il tuo grido ci mantenga svegli. Che il tuo grido, Signore, ci liberi dalla malattia spirituale da cui, come popolo, siamo sempre tentati: dimenticarci dei nostri padri, di quanto è stato vissuto e patito.
Che nel tuo grido e nella vita dei nostri padri che tanto hanno sofferto possiamo trovare il coraggio di impegnarci con determinazione nel presente e nel futuro; che quel grido sia stimolo per non adeguarci alle mode del momento, agli "slogan" semplificatori, e ad ogni tentativo di ridurre e togliere a qualsiasi persona la dignità di cui Tu l’hai rivestita.
Signore, che la Lituania sia faro di speranza. Sia terra della memoria operosa che rinnova gli impegni contro ogni ingiustizia. Che promuova creativi sforzi nella difesa dei diritti di tutte le persone, specialmente dei più indifesi e vulnerabili. E che sia maestra nel riconciliare e armonizzare le diversità.
Signore, non permettere che siamo sordi al grido di tutti quelli che oggi continuano ad alzare la voce al cielo!
["Benedizione in Latino"...].
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PAROLE DEL SANTO PADRE FRANCESCODomenica, 23 settembre 2018
Buona Sera!
Ringrazio per la vostra vicinanza, qui! E grazie della vostra gioia!
Oggi sono stato a Kaunas! Domani parto per la Lettonia! Ringrazio tanto per la vostra accoglienza, la calorosa accoglienza!
E adesso vi invito a pregare insieme la Madonna!
"Ave, Maria...".
Buona sera!
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