VIAGGIO APOSTOLICO
DI
SUA SANTITÀ FRANCESCO
IN
LITUANIA, LETTONIA ED ESTONIA

(22-25 SETTEMBRE 2018)

22-25 Settembre 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Lituania, Lettonia ed Estonia...

22-25 Settembre 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Lituania, Lettonia ed Estonia...

22-25 Settembre 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Lituania, Lettonia ed Estonia...

Sabato 22 Settembre         Domenica 23 Settembre         Martedì 25 Settembre

RITAGLI   Lunedì, 24 Settembre 2018   DOCUMENTI

Galleria Fotografica ("L'Osservatore Romano")

22-25 Settembre 2018: Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Lituania, Lettonia ed Estonia...
Accoglienza Ufficiale e Cerimonia di Benvenuto Visita di Cortesia al Presidente
Incontro con le Autorità Civili, Società Civile e Corpo Diplomatico Deposizione dei Fiori e Cerimonia al "Monumento della Libertà"
Preghiera Ecumenica Visita alla Cattedrale Cattolica di San Giacomo
Pranzo con i Vescovi Santa Messa
Cerimonia di Congedo

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TOP   INCONTRO CON LE AUTORITÀ CIVILI, LA SOCIETÀ CIVILE
E IL
CORPO DIPLOMATICO

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Salone dei ricevimenti del Palazzo Presidenziale di Riga (Lettonia)
Lunedì, 24 settembre 2018

Signor Presidente,
Membri del Governo e Autorità,
Membri del Corpo Diplomatico e della Società Civile,
Cari Amici tutti!

La ringrazio, Signor Presidente, per le sue gentili parole di benvenuto, come pure per l’invito a farvi visita rivoltomi durante l’incontro che abbiamo avuto in Vaticano! È motivo di gioia potermi trovare per la prima volta in Lettonia e in questa città, che, come tutto il vostro Paese, è stata segnata da dure prove sociali, politiche, economiche e anche spirituali – dovute alle divisioni e ai conflitti del passato – ma che oggi è diventata uno dei principali centri culturali, politici e portuali della regione. I vostri rappresentanti nel campo della cultura e dell’arte, in particolare del mondo musicale, sono ben conosciuti all’estero. Anch’io oggi ho potuto apprezzarli al mio arrivo in aeroporto. Perciò penso che a voi si possano ben applicare le parole del salmista: «Hai mutato il mio lamento in danza» (Sal 30,12). La Lettonia, terra dei "dainas", ha saputo cambiare il suo lamento e il suo dolore in canto e danza e si è sforzata di trasformarsi in un luogo di dialogo e di incontro, di convivenza pacifica che cerca di guardare avanti!

Celebrate i cento anni della vostra indipendenza, momento significativo per la vita dell’intera società. Voi conoscete molto bene il prezzo di questa libertà che avete dovuto conquistare e riconquistare. Una libertà resa possibile grazie alle radici che vi costituiscono, come amava ricordare Zenta Maurina che ha ispirato tanti di voi: «Le mie radici sono in cielo». Senza questa capacità di guardare in alto, di fare appello a orizzonti più alti che ci ricordano quella "dignità trascendente" che è parte integrante di ogni essere umano (cfr. "Discorso al Parlamento Europeo", 25 Novembre 2014), non sarebbe stata possibile la ricostruzione della vostra Nazione. Tale capacità spirituale di guardare oltre, che si fa concreta in piccoli gesti quotidiani di solidarietà, di compassione e di aiuto reciproco, vi ha sostenuto e, a sua volta, vi ha dato la creatività necessaria per dar vita a nuove dinamiche sociali di fronte a tutti i tentativi riduzionisti e di esclusione che minacciano sempre il tessuto sociale.

Sono lieto di sapere che nel cuore delle radici che costituiscono questa terra si trova la Chiesa Cattolica, in un’opera di piena collaborazione con le altre Chiese cristiane, il che è segno di come sia possibile sviluppare una comunione nelle differenze. Realtà che si verifica quando le persone hanno il coraggio di andare al di là della superficie conflittuale e si guardano nella loro dignità più profonda. Così possiamo affermare che ogni volta che, come persone e comunità, impariamo a puntare più in alto di noi stessi e dei nostri interessi particolari, la comprensione e l’impegno reciproci si trasformano in solidarietà; e questa, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa un modo di fare la storia, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e anche quelli che si sarebbero potuti considerare opposti in passato, possono raggiungere un’unità multiforme che genera nuova vita (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 228). Così come ha nutrito la vita del vostro popolo, oggi il Vangelo può continuare ad aprire strade per affrontare le sfide attuali, valorizzando le differenze e soprattutto promuovendo la "comune-unione" tra tutti.

La celebrazione del centenario ricorda l’importanza di continuare a scommettere sulla libertà e l’indipendenza della Lettonia, che certamente sono un dono, ma sono anche un compito che coinvolge tutti. Lavorare per la libertà significa impegnarsi in uno sviluppo integrale e integrante delle persone e della comunità. Se oggi si può fare festa è grazie a tanti che hanno aperto strade, porte, futuro, e vi hanno lasciato in eredità la stessa responsabilità: aprire futuro avendo di mira che tutto sia al servizio della vita, generi vita. E, in tale prospettiva, al termine di questo incontro ci recheremo al Monumento alla Libertà, dove saranno presenti bambini, giovani e famiglie. Essi ci ricordano che la "maternità" della Lettonia – analogia suggerita dal motto di questo viaggio – trova eco nella capacità di promuovere strategie che siano veramente efficaci e focalizzate sui volti concreti di queste famiglie, di questi anziani, bambini e giovani, più che sul primato dell’economia sopra la vita. La "maternità" della Lettonia si manifesta anche nella capacità di creare opportunità di lavoro, in modo che nessuno debba sradicarsi per costruire il proprio futuro. L’indice di sviluppo umano si misura anche dalla capacità di crescere e moltiplicarsi. Lo sviluppo delle comunità non si attua e nemmeno si misura unicamente per la capacità di beni e risorse che si possiedono, ma per il desiderio che si ha di generare vita e creare futuro. Questo è possibile solo nella misura in cui ci sono radicamento nel passato, creatività nel presente e fiducia e speranza nel domani. E si misura dalla capacità di spendersi e di scommettere così come le generazioni passate ci hanno saputo testimoniare.

Signor Presidente, amici tutti, inizio qui il mio pellegrinaggio in questa terra, chiedendo a Dio di continuare ad accompagnare, benedire e rendere prospera l’opera delle vostre mani per questa Nazione!

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TOP   PREGHIERA ECUMENICA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cattedrale Evangelica Luterana di Riga (Lettonia)
Lunedì, 24 settembre 2018

Sono lieto di potermi incontrare con voi, in questa terra che si caratterizza per realizzare un cammino di rispetto, collaborazione e amicizia tra le diverse Chiese Cristiane, che sono riuscite a generare unità mantenendo la ricchezza e la singolarità proprie di ciascuna! Oserei dire che è un "ecumenismo vivo" e costituisce una delle caratteristiche peculiari della Lettonia. Senza alcun dubbio, un motivo di speranza e rendimento di grazie!

Grazie all’Arcivescovo Jānis Vanags per averci aperto la porta di questa casa per realizzare il nostro incontro di preghiera. Casa Cattedrale che da più di ottocento anni ospita la vita cristiana di questa città; testimone fedele di tanti nostri fratelli che vi si sono accostati per adorare, pregare, sostenere la speranza in tempi di sofferenza e trovare coraggio per affrontare periodi colmi di ingiustizia e di dolore. Oggi ci ospita perché lo Spirito Santo continui a tessere artigianalmente legami di comunione tra noi e, così, renda anche noi artigiani di unità tra la nostra gente, così che le nostre differenze non diventino divisioni. Lasciamo che lo Spirito Santo ci rivesta con le armi del dialogo, della comprensione, della ricerca del rispetto reciproco e della fraternità (cfr. Ef 6,13-18).

In questa Cattedrale si trova uno degli organi più antichi d’Europa e che è stato il più grande del mondo al tempo della sua inaugurazione. Possiamo immaginare come abbia accompagnato la vita, la creatività, l’immaginazione e la pietà di tutti coloro che si lasciavano avvolgere dalla sua melodia. È stato strumento di Dio e degli uomini per elevare lo sguardo e il cuore. Oggi è un emblema di questa città e di questa Cattedrale. Per il "residente" di questo luogo rappresenta più di un organo monumentale, è parte della sua vita, della sua tradizione, della sua identità. Invece, per il "turista", è naturalmente un oggetto artistico da conoscere e fotografare. E questo è un pericolo che sempre si corre: passare da residenti a turisti. Fare di ciò che ci identifica un oggetto del passato, un’attrazione turistica e da museo che ricorda le gesta di un tempo, di alto valore storico, ma che ha cessato di far vibrare il cuore di quanti lo ascoltano.

Con la fede ci può succedere esattamente la stessa cosa. Possiamo smettere di sentirci cristiani residenti per diventare dei turisti. Di più, potremmo affermare che tutta la nostra tradizione cristiana può subire la stessa sorte: finire ridotta a un oggetto del passato che, chiuso tra le pareti delle nostre chiese, cessa di intonare una melodia capace di smuovere e ispirare la vita e il cuore di quelli che la ascoltano. Tuttavia, come afferma il Vangelo che abbiamo ascoltato, la nostra fede non è destinata a stare nascosta, ma ad esser fatta conoscere e risuonare in diversi ambiti della società, perché tutti possano contemplare la sua bellezza ed essere illuminati dalla sua luce (cfr. Lc 11,33).

Se la musica del Vangelo smette di essere eseguita nella nostra vita e si trasforma in una bella partitura del passato, non saprà più rompere le monotonie asfissianti che impediscono di animare la speranza, rendendo così sterili tutti i nostri sforzi.

Se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre "perdonati-inviati".

Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna di qualunque provenienza, rinchiudendoci nel "mio", dimenticandoci del "nostro": la casa comune che ci riguarda tutti.

Se la musica del Vangelo smette di suonare, avremo perso i suoni che condurranno la nostra vita al cielo, trincerandoci in uno dei mali peggiori del nostro tempo: la solitudine e l’isolamento. La malattia che nasce in chi non ha alcun legame, e che si può riscontrare negli anziani abbandonati al loro destino, come pure nei giovani senza punti di riferimento e opportunità per il futuro (cfr. "Discorso al Parlamento Europeo", 25 Novembre 2014).

Padre, «che tutti siano una sola cosa, [...] perché il mondo creda» (Gv 17,21). Queste parole continuano a risuonare con forza in mezzo a noi, grazie a Dio. È Gesù che prima del suo sacrificio prega il Padre. È Gesù, Gesù Cristo che, guardando in faccia la sua croce e la croce di tanti nostri fratelli, non cessa di implorare il Padre. È il mormorio costante di questa preghiera che traccia il sentiero e ci indica la via da seguire. Immersi nella sua preghiera, come credenti in Lui e nella sua Chiesa, desiderando la comunione di grazia che il Padre possiede da tutta l’eternità (cfr. San Giovanni Paolo II, Enciclica "Ut unum sint", 9), troviamo lì l’unica strada possibile per ogni ecumenismo: nella croce della sofferenza di tanti giovani, anziani e bambini esposti spesso allo sfruttamento, al non senso, alla mancanza di opportunità e alla solitudine. Mentre guarda al Padre e a noi suoi fratelli, Gesù non smette di implorare: che tutti siano uno.

La missione oggi continua a chiederci e a reclamare da noi l’unità; è la missione che esige da noi che smettiamo di guardare le ferite del passato ed ogni atteggiamento autoreferenziale per incentrarci sulla preghiera del Maestro. È la missione a reclamare che la musica del Vangelo non cessi di suonare nelle nostre piazze.

Alcuni possono arrivare a dire: sono tempi difficili, sono tempi complessi quelli che ci capita di vivere. Altri possono arrivare a pensare che, nelle nostre società, i cristiani hanno sempre meno margini di azione e di influenza a causa di innumerevoli fattori come ad esempio il secolarismo o le logiche individualiste. Questo non può portare a un atteggiamento di chiusura, di difesa e nemmeno di rassegnazione. Non possiamo fare a meno di riconoscere che certamente non sono tempi facili, specialmente per molti nostri fratelli che oggi vivono nella loro carne l’esilio e persino il martirio a causa della fede. Ma la loro testimonianza ci conduce a scoprire che il Signore continua a chiamarci e invitarci a vivere il Vangelo con gioia, gratitudine e radicalità. Se Cristo ci ha ritenuti degni di vivere in questi tempi, in questa ora – l’unica che abbiamo – , non possiamo lasciarci vincere dalla paura né lasciare che passi senza assumerla con la gioia della fedeltà. Il Signore ci darà la forza per fare di ogni tempo, di ogni momento, di ogni situazione un’opportunità di comunione e riconciliazione con il Padre e con i fratelli, specialmente con quelli che oggi sono considerati inferiori o materiale di scarto. Se Cristo ci ha ritenuti degni di far risuonare la melodia del Vangelo, smetteremo di farlo?

L’unità a cui il Signore ci chiama è un’unità sempre in chiave missionaria, che ci chiede di uscire e raggiungere il cuore della nostra gente e delle culture, della società postmoderna in cui viviamo, «là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città» (Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 74). Questa missione ecumenica riusciremo a realizzarla se ci lasceremo impregnare dallo Spirito di Cristo che è capace di «rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina. Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» ("Ibid.", 11).

Cari Fratelli e Sorelle, continui a suonare la musica del Vangelo in mezzo a noi! Non cessi di risuonare ciò che permette al nostro cuore di continuare a sognare e a tendere alla vita piena a cui il Signore, tutti, ci chiama: essere suoi discepoli missionari in mezzo al mondo in cui viviamo!

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TOP   VISITA ALLA CATTEDRALE CATTOLICA DI SAN GIACOMO

SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cattedrale di San Giacomo (Lettonia)
Lunedì, 24 settembre 2018

Cari Fratelli e Sorelle!

Ringrazio l’Arcivescovo per le sue parole e la sua attenta analisi della realtà! La vostra presenza, fratelli anziani, mi ricorda due espressioni della "Lettera" dell’Apostolo Giacomo, al quale è intitolata questa Cattedrale! All’inizio e alla fine della "Lettera" egli ci invita alla costanza, usando però due termini diversi. Sono certo che possiamo sentire la voce del "fratello del Signore" che oggi vuole rivolgersi a noi!

Voi qui presenti siete stati sottoposti ad ogni sorta di prove: l’orrore della guerra, e poi la repressione politica, la persecuzione e l’esilio, come ha ben descritto il vostro Arcivescovo. E siete stati costanti, avete perseverato nella fede. Né il regime nazista né quello sovietico hanno spento la fede nei vostri cuori e, per alcuni di voi, non vi hanno fatto desistere neppure dal dedicarvi alla vita sacerdotale, religiosa, a essere catechisti, e a diversi servizi ecclesiali che mettevano a rischio la vita; avete combattuto la buona battaglia, state per concludere la corsa, e avete conservato la fede (cfr. 2 Tm 4,7).

Ma l’apostolo Giacomo insiste sul fatto che questa "pazienza" supera la prova della fede facendo emergere opere perfette (cfr. Gc 1,2-4). Il vostro operare sarà stato perfetto allora, e dovrà tendere ancora alla perfezione nelle nuove circostanze. Voi, che vi siete spesi corpo e anima, che avete dato la vita inseguendo la libertà della vostra patria, tante volte vi sentite dimenticati. Benché suoni paradossale, oggi, in nome della libertà, gli uomini liberi assoggettano gli anziani alla solitudine, all’ostracismo, alla mancanza di risorse e all’esclusione, e perfino alla miseria. Se è così, il cosiddetto treno della libertà e del progresso finisce per avere, in coloro che hanno lottato per conquistare diritti, la sua carrozza di coda, gli spettatori di una festa altrui, onorati e omaggiati, ma dimenticati nella vita quotidiana (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 234).

L’apostolo Giacomo ci invita a essere costanti, a non abbassare la guardia. «In questo cammino, lo sviluppo del bene, la maturazione spirituale e la crescita dell’amore sono il miglior contrappeso nei confronti del male» (Esortazione Apostolica "Gaudete et exsultate", 163). Non cedete allo sconforto, alla tristezza, non perdete la dolcezza e, meno ancora, la speranza!

Concludendo la sua epistola, San Giacomo torna ad invitare alla costanza (Gc 5,7), ma utilizza una parola che unisce due significati: "sopportare" pazientemente e "sperare" pazientemente. Vi incoraggio ad essere anche voi, in seno alle vostre famiglie e alla vostra patria, esempio di entrambi questi atteggiamenti: sopportazione e speranza, tutt’e due impregnate di pazienza. Così continuerete a costruire il vostro popolo. Voi, che avete attraversato molte stagioni, siete testimonianza viva di costanza nelle avversità, ma anche del dono della profezia, che ricorda alle giovani generazioni che la cura e la protezione di quelli che ci hanno preceduto sono gradite e apprezzate da Dio, e che gridano a Dio quando sono disattese. Voi che avete attraversato molte stagioni, non dimenticatevi che siete radici di un popolo, radici di giovani germogli che devono fiorire e portare frutto; difendete queste radici, mantenetele vive perché i bambini e i giovani si innestino lì, e capiscano che «tutto ciò che sull’albero è fiorito / vive di ciò che giace sotterrato» (F. L. Bernárdez, Sonetto "Si para recobrar lo recobrado").

Come dice l’iscrizione sul pulpito di questo tempio: «Se ascoltaste oggi la sua voce! Non indurite il cuore» (Sal 95,7-8). Il cuore duro è quello sclerotizzato, quello che perde la gioia della novità di Dio, che rinuncia alla giovinezza di spirito, a gustare e vedere che sempre, in ogni tempo e fino alla fine, è buono il Signore (cfr. Sal 34,9)!

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TOP   SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Area del Santuario della Madre di Dio di Aglona (Lettonia)
Lunedì, 24 settembre 2018

Potremmo ben dire che ciò che San Luca narra all'inizio del libro degli "Atti degli Apostoli" si ripete oggi qui: siamo intimamente uniti, dedicati alla preghiera e in compagnia di Maria, nostra Madre (cfr. At 1,14). Oggi facciamo nostro il motto di questa visita: "Mostrati Madre!", manifesta in quale luogo continui a cantare il "Magnificat", in quali luoghi si trova il tuo Figlio crocifisso, per trovare ai suoi piedi la tua salda presenza!

Il "Vangelo di Giovanni" riporta solo due momenti in cui la vita di Gesù incrocia quella di sua Madre: le nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-12) e quello che abbiamo appena letto, Maria ai piedi della croce (cfr. Gv 19,25-27). Parrebbe che l'evangelista sia interessato a mostrarci la Madre di Gesù in queste situazioni di vita apparentemente opposte: la gioia di un matrimonio e il dolore per la morte di un figlio. Mentre ci addentriamo nel mistero della Parola, Ella ci mostri qual è la Buona Notizia che il Signore oggi vuole condividere con noi.

La prima cosa che l’evangelista fa notare è che Maria sta "saldamente in piedi" accanto a suo Figlio. Non è un modo leggero di stare, neppure evasivo e tanto meno pusillanime. È, con fermezza, "inchiodata" ai piedi della croce, esprimendo con la postura del suo corpo che niente e nessuno potrebbe spostarla da quel luogo. Maria "si mostra" in primo luogo così: accanto a coloro che soffrono, a coloro dai quali il mondo intero fugge, accanto anche a quelli che sono processati, condannati da tutti, deportati. Non soltanto vengono oppressi o sfruttati, ma si trovano direttamente "fuori dal sistema", ai margini della società (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 53). Con loro c’è anche la Madre, inchiodata sulla croce dell’incomprensione e della sofferenza.

Maria "ci mostra" anche un modo di stare accanto a queste realtà; non è fare una passeggiata o una breve visita, e nemmeno è un "turismo solidale". Occorre che coloro che patiscono una realtà di dolore ci sentano al loro fianco e dalla loro parte, in modo fermo, stabile; tutti gli scartati della società possono fare esperienza di questa Madre delicatamente vicina, perché in chi soffre permangono le piaghe aperte del suo Figlio Gesù. Lei lo ha imparato ai piedi della croce. Anche noi siamo chiamati a "toccare" la sofferenza degli altri. Andiamo incontro alla nostra gente per consolarla e accompagnarla; non abbiamo paura di sperimentare la forza della tenerezza e di coinvolgerci e complicarci la vita per gli altri (cfr. "Ibid.", 270). E, come Maria, rimaniamo saldi e in piedi: con il cuore rivolto a Dio e coraggiosi, rialzando chi è caduto, sollevando l’umile, aiutando a porre fine a qualunque situazione di oppressione che li fa vivere come crocifissi.

Maria è chiamata da Gesù ad accogliere il discepolo amato come suo figlio. Il testo ci dice che erano insieme, ma Gesù si accorge che non basta, che non si sono accolti a vicenda. Perché si può stare accanto a tantissime persone, si può anche condividere la stessa abitazione, il quartiere o il lavoro; si può condividere la fede, contemplare e godere gli stessi misteri, ma non accogliere, non esercitare un’accettazione amorevole dell’altro. Quanti coniugi potrebbero raccontare la storia del loro essere vicini ma non insieme; quanti giovani sentono con dolore questa distanza rispetto agli adulti; quanti anziani si sentono freddamente accuditi, ma non amorevolmente curati e accolti.

È vero che, a volte, quando ci siamo aperti agli altri, questo ci ha fatto molto male. È anche vero che, nelle nostre realtà politiche, la storia dello scontro tra i popoli è ancora dolorosamente fresca. Maria si mostra come donna aperta al perdono, a mettere da parte rancori e diffidenze; rinuncia a recriminare su ciò che "avrebbe potuto essere" se gli amici di suo Figlio, se i sacerdoti del suo popolo o se i governanti si fossero comportati in modo diverso, non si lascia vincere dalla frustrazione o dall'impotenza. Maria crede a Gesù e accoglie il discepolo, perché le relazioni che ci guariscono e ci liberano sono quelle che ci aprono all’incontro e alla fraternità con gli altri, perché scoprono nell’altro Dio stesso (cfr. "Ibid.", 92). Monsignor Sloskans, che riposa qui, dopo essere stato arrestato e mandato lontano scriveva ai suoi genitori: «Vi chiedo dal profondo del mio cuore: non lasciate che la vendetta o l’esasperazione si facciano strada nel vostro cuore. Se lo permettessimo, non saremmo veri cristiani, ma fanatici». In tempi nei quali sembrano ritornare mentalità che ci invitano a diffidare degli altri, che con statistiche ci vogliono dimostrare che staremmo meglio, avremmo più prosperità, ci sarebbe più sicurezza se fossimo soli, Maria e i discepoli di queste terre ci invitano ad accogliere, a scommettere di nuovo sul fratello, sulla fraternità universale.

Ma Maria "si mostra" anche come la donna che si lascia accogliere, che accetta umilmente di diventare parte delle cose del discepolo. In quel matrimonio che era rimasto senza vino, col pericolo di finire pieno di riti ma arido di amore e gioia, fu lei a ordinare che facessero quello che Lui avrebbe detto loro (cfr. Gv 2,5). Ora, come discepola obbediente, si lascia accogliere, si trasferisce, si adatta al ritmo del più giovane. Sempre costa l’armonia quando siamo diversi, quando gli anni, le storie e le circostanze ci pongono in modi di sentire, di pensare e di fare che a prima vista sembrano opposti. Quando con fede ascoltiamo il comando di accogliere e di essere accolti, è possibile costruire l’unità nella diversità, perché non ci frenano né ci dividono le differenze, ma siamo capaci di guardare oltre, di vedere gli altri nella loro dignità più profonda, come figli di uno stesso Padre (cfr. Esortazione Apostolica "Evangelii gaudium", 228).

In questa, come in ogni Eucaristia, facciamo memoria di quel giorno! Ai piedi della croce, Maria ci ricorda la gioia di essere stati riconosciuti come suoi figli, e suo Figlio Gesù ci invita a portarla a casa, a metterla al centro della nostra vita! Lei vuole donarci il suo coraggio, per stare saldamente in piedi; la sua umiltà, che le permette di adattarsi alle coordinate di ogni momento della storia; e alza la sua voce affinché, in questo suo santuario, tutti ci impegniamo ad accoglierci senza discriminazioni, e che tutti in Lettonia sappiano che siamo disposti a privilegiare i più poveri, a rialzare quanti sono caduti e ad accogliere gli altri così come arrivano e si presentano davanti a noi!

RINGRAZIAMENTO AL TERMINE DELLA MESSA

Cari Fratelli e Sorelle,

al termine di questa celebrazione, ringrazio il vostro Vescovo per le parole che mi ha rivolto! E voglio dire grazie di cuore a tutti coloro che in diversi modi hanno collaborato per questa visita. In particolare, esprimo viva riconoscenza al Presidente della Repubblica e alle Autorità del Paese per la loro accoglienza!

Offro in dono alla Santa Madre di Dio, in questa "Terra Mariana", una speciale corona del Rosario: la Vergine vi protegga e vi accompagni sempre!

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