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TOP   L’asilo come mezzo di apostolato

Tra le opere usate come mezzi di apostolato in Giappone, l’asilo occupa un posto degno di considerazione. Esso sarà un importante mezzo per il nostro lavoro missionario, anche se i risultati tarderanno a farsi vedere. E’ ovvio che uno dei vantaggi basilari che possono scaturire dall’asilo, sono i contatti che si stabiliscono con le famiglie dei bambini. Questi contatti saranno di una durata più o meno lunga a secondo che i bambini frequentano per uno, due o tre anni; si dà anche il caso che molti bambini della stessa famiglia frequentino l’asilo in anni successivi e allora questi contatti si prolungano e le probabilità di conversione, per mezzo dell’asilo, sono maggiori.

Scopo dell’asilo. Lo scopo principale dell’asilo deve essere naturalmente, la propagazione della fede. L’applicazione pratica di questo principio può essere alquanto diversa da luogo a luogo. Dove, per esempio il buddismo esercita una grande influenza, lo scopo principale dell’asilo è di creare un’atmosfera di simpatia. Sempre, e in qualsiasi luogo, però guadagnare la confidenza dei genitori dei bambini e delle autorità civili: stabilire anche amichevoli relazioni tra le donne cattoliche della missione e le mamme dei bambini dell’asilo. E quindi corollario allo scopo missionario dell’asilo, esso deve essere sotto la diretta direzione del missionario o almeno strettamente coordinato al suo lavoro.

Adunanza delle mamme. Il metodo più comune per avere un’efficace influenza nelle famiglie dei bambini è l’adunanza mensile delle mamme. In tal caso i punti che vengono trattati non sono di propaganda religiosa, ma l’educazione vera e propria dei figli in base ai principi cattolici. In tal modo, mentre lo scopo ultimo dell’asilo è la propagazione della fede, l’asilo stesso deve raggiungere questo scopo "come asilo" cioè formare il carattere e la coscienza dei bambini in stretta cooperazione con i loro genitori. E per ottenere più facilmente questo scopo vengono distribuiti opuscoletti trattanti problemi educativi, sociali, etici e domestici. E nelle adunanze mensili delle mamme si parla dei seguenti argomenti: 1. Doveri dei genitori verso i figli e viceversa; 2. Spirito fondamentale dell’educazione (i parenti tengono il ruolo di Dio); 3. L’esistenza di Dio; 4. Scopo della vita; 5. Un’educazione senza Dio è vana; E non è raro il caso che dopo tali conferenze molte mamme esprimono il desiderio di studiare più profondamente la religione cattolica per potere attendere con più profitto all’educazione dei propri bambini: in questo caso le famiglie dei bambini diventano più familiari con la Chiesa e allora il campo è già adatto per gettare "il seme della parola di Dio". Ed è naturale che l’influenza dei bambini nella conversione dei loro genitori dipende dall’efficacia dell’asilo nel formare un buon carattere. I bambini con naturalezza e semplicità infantili a casa ripetono tutto quello che hanno imparato all’asilo, e quando si parla loro delle verità concernenti la nascita di Gesù Cristo, della Sua morte, della sua opera di redenzione, del Paradiso, dell’immortalità dell’anima, ecc., i genitori commentano queste verità quando si incontrano con le maestre, il missionario o le suore. La percentuale di conversioni tra i genitori è anche più alta quando i figli vengono alla scuola domenicale dopo avere completato il corso dell’asilo.

Conclusione. Come è stato esposto al principio di questo articolo, c’è una piccola speranza di potere ottenere un grande numero di conversioni direttamente per mezzo dell’asilo. E nonostante che qualcuno, poco ottimista, pensi che il numero delle conversioni ottenute con una tale opera, sia troppo basso per poter giustificare la perdita di tempo e di energie, il numero degli asili cattolici in Giappone è costantemente in aumento. E non è raro il caso che le stesse autorità civili preghino il missionario o le suore di aprire asili; poiché i bambini dei nostri asili quando terminato il loro corso e cominciano a frequentare la scuola, vengono subito notati dai maestri per il loro contegno più rispettoso, più docile, e spesso sono gli stessi maestri pagani a esortare i loro alunni a frequentare la scuola domenicale cattolica. Si dà anche il caso che il numero delle mamme le quali studiano il catechismo per entrare nella Chiesa Cattolica va da 5 al 15 o 20 per cento del totale. Inoltre bisogna notare che in molti casi le mamme stesse conducono i loro figli al battesimo e non pochi dei nostri padri sono convertiti nello spazio di alcuni anni (all’idea dell’utilità dell’asilo, n.d.r.). Da quanto si è detto è chiaro che l’asilo, poiché ha il suo ben definito scopo, non è un mezzo perfetto di apostolato. Però è un assioma comunemente accettato che bisogna "fare qualche cosa" in missione, se si vuole ottenere un certo risultato positivo nelle conversioni. Trattandosi poi di apostolato missionario cattolico è assolutamente necessario seminare con fiducia e allora verrà senz’altro il tempo in cui il seme germoglierà e darà i suoi frutti abbondanti poiché Colui che dà l’incremento è solo Dio.

P. Cesare Gentili

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Giapponesi in Brasile

Mentre prima la popolazione giapponese era stazionaria, dopo l’apertura dei porti agli Occidentali (1854) e le severe leggi contro la limitazione delle nascite, la popolazione cresceva in modo straordinario, in ragione di oltre un milione all’anno tanto che in 60 anni (1872-1934) fu più che raddoppiata. Data la limitata superficie geografica del Giappone, era naturale che questa popolazione, in continuo aumento, cercasse degli sbocchi. Cominciò così l’emigrazione dei Giapponesi verso altri paesi. Dopo il famoso "Japanese Exclusion Art" del 1924, che chiudeva ai Giapponesi l’entrata negli Stati Uniti e, dopo una analoga esclusione dall’Australia, l’emigrazione giapponese si polarizzava verso l’America latina: Paraguay, Bolivia, Perù, Messico e soprattutto verso il Brasile. E proprio quest’anno (1978) ricorre il 70° anniversario dell’emigrazione giapponese in Brasile. Il 28 aprile 1908 alle ore 17 e 55 minuti, la nave giapponese "Kasato Maru" salpava dal porto di Kobe e, dopo 52 giorni di navigazione, il 18 giugno attraccava al porto Brasiliano di Santos, dove sbarcava il primo gruppo di emigrati giapponesi composta da 165 famiglie (781 persone): cominciava così una storia di amicizia tra i due paesi; amicizia profonda e sincera che ha permesso ai Brasiliani di apprezzare le virtù dei Giapponesi e questi il carattere magnanimo e generoso del popolo brasiliano. Di grandissima importanza è anche, dal punto di vista religioso, il fatto migratorio dei giapponesi in Brasile. Nel 1926 il padre Emilio Droceler, tedesco, si prese cura dei giapponesi emigrati e nel 1930 formò una colonia che chiamò "Colonia Esperanca", costruì una chiesa e un collegio e molti abbracciarono il cristianesimo. Oggi i giapponesi residenti in Brasile sono ben sistemati nei vari settori della vita e livello sociale: vi sono tra essi sindaci, dottori, professionisti come pure si distinguono nel campo dell’agricoltura. Solo a Moji das Cruzes, un suburbio di San Paolo, vivono 15.000 giapponesi, addetti in aziende agricole, allevamento di pollame, coltivazione di frutteti, ecc. Se si paragona agli altri paesi dell’America Latina, il numero di preti e suore che si prendono cura dei giapponesi emigrati in Brasile, è relativamente alto, ma i problemi sono numerosi. Infatti la diversità di mentalità e di opinioni tra la prima e la seconda generazione è evidente; e dalla seconda e terza generazione, quelli che parlano fluentemente il giapponese, sono pochi, come pure poche sono le nuove reclute al sacerdozio. Il padre Brandt, morto circa 8 anni fa in un incidente automobilistico, in collaborazione con un medico e un avvocato, lavorò tra i giapponesi, ma non essendo giapponese, dovette limitarsi alla "necessaria assistenza". I giapponesi della seconda e terza generazione preferiscono integrarsi nella comunità e chiesa brasiliana, anziché in quella giapponese. Questo gruppo più che imparare il giapponese preferisce avere un parroco brasiliano e spesso rigetta, nello sforzo di adattamento, le cose giapponesi; e molti preferiscono anche il matrimonio con i non-giapponesi. La prima generazione, avendo idealizzato lo spirito giapponese (lo spirito di Yamato) stanno per l’erezione di una parrocchia giapponese, e sono contrari ai matrimoni con i non-giapponesi. Nel 1972 circa 150 giapponesi tra i 64 e gli 84 anni, per potere parlare con i loro nipotini nati in Brasile, frequentarono un corso annuale di lingua brasiliana. Nell’intera regione dell’Amazzonia, non vi è né un sacerdote giapponese né uno che parli giapponese. Il padre Guido del Toro S.J., che dedicò la sua vita all’assistenza dei giapponesi in Brasile e specialmente a Belen, è morto circa 8 anni fa, e nessuno ha preso il suo posto. Egli costruì una scuola e un dormitorio per ragazzi emigrati e fondò un collegio. Al presente un prete da S. Isabel do Para, una volta al mese, va per celebrare la Messa, ma per una vera assistenza agli emigrati, ciò non è sufficiente. In questa regione, inoltre, vi è un piccolo ospedale con 20 letti per giapponesi e un dormitorio per studenti provenienti sia dal Giappone sia per quelli nati in Brasile. L’ospedale, sostenuto dal governo giapponese, recentemente è stato riorganizzato dal governo brasiliano come Pubblico servizio sanitario; dottori giapponesi della seconda generazione fanno parte del personale. Dal più grande gruppo di giapponesi che si trova a Tomè Acu a 150 chilometri a sud di Belen, 3.000 sono della terza generazione. Essi hanno costituito una cooperativa di soli giapponesi e hanno costruita anche una chiesa. I cattolici sono numerosi ma solo alcuni praticanti, e di quelli che attendono alla Messa, il numero maggiore è formato da Giapponesi nati in Brasile, i quali preferiscono seguire la liturgia in lingua brasiliana, mentre i vecchi recitano le loro preghiere in giapponese. I giovani hanno formato il club sportivo di Baseball, e incontri per la danza costituiscono un’altra forma di ricreazione; le attività culturali sono quasi inesistenti. Vi è una sala di lettura con una biblioteca giapponese,ma è pochissimo frequentata. Tutta l’area di Tomè Acu è un "piccolo Giappone", nella vasta area del Brasile e i Giapponesi vi si trovano abbastanza bene. Le ragazze sono più istruite dei ragazzi, perché questi, dovendo aiutare nei lavori della campagna, non possono continuare i loro studi oltre la scuola dell’obbligo. Anche per questa ragione i matrimoni sono più difficili a combinarsi tra giapponesi. Intorno a Manaus, capitale dello stato dell’Amazzonia, vi sono molte colonie di emigrati giapponesi. In Manaus due suore giapponesi si prodigano per l’assistenza ai loro connazionali; una di esse lavora al centro governativo della pubblica sanità e alla fine della settimana, insieme ai giapponesi della seconda generazione, studenti di medicina, visita gli emigrati. Secondo qualche agenzia (KIPA) i giapponesi residenti in Brasile sarebbero 900.000 e di essi 630.000 sarebbero cattolici e avrebbero a loro disposizione 318 preti (diocesani e religiosi) della loro razza: 106 di essi nati nel paese di origine e 212 nello stesso Brasile. Ma se si esamina bene la situazione e, specialmente le difficoltà che il "comitato cattolico giapponese per l’emigrazione" incontra, si capisce subito che queste cifre, non solo sono esagerate, ma non corrispondono alla reale situazione. Secondo le statistiche ufficiali del 1977, vi sono in Giappone 391.804 cattolici con 814 sacerdoti (diocesani e religiosi giapponesi) e 1064 missionari esteri; 4.348 suore giapponesi e 950 estere. Se i cattolici giapponesi in Brasile avessero realmente a loro disposizione 318 sacerdoti, non ci sarebbe assolutamente bisogno. 1. Che la gerarchia cattolica giapponese mandasse in Brasile alcuni sacerdoti e suore del Giappone per l’assistenza religiosa agli emigrati, specialmente vecchi (i giovani preferiscono inserirsi nella chiesa brasiliana);

2. che dei padri Cappuccini brasiliani andassero in Giappone a studiare la lingua giapponese, per poi tornare in Brasile e lavorare tra i giapponesi ivi residenti.

La conferenza episcopale giapponese con il "Comitato cattolico giapponese per l’emigrazione" dà un sistematico e reale contributo per appianare e risolvere le difficoltà che emigrati giapponesi incontrano, specialmente nelle Americhe Latine. La chiesa giapponese invia dei preti e suore per la loro assistenza religiosa: è la chiesa del Giappone che viene a contatto con la Chiesa Brasiliana. Attraverso l’emigrazione, cioè attraverso le attuali presenti circostanze degli emigrati giapponesi che vivono in Brasile, la chiesa giapponese compie veramente la sua missione, non lasciando alla responsabilità individuale dei membri della chiesa, ma opera come "Comunità cristiana".

P. Cesare Gentili